“Tieni duro Sami”

Tieni duro Sami. Tu ce la devi fare!”. Sono le ultime parole che il padre rivolge a Sami Modiano quando, dentro di sé, ha deciso di recarsi all’ambulatorio del campo di concentramento di Birkenau; cosa che significava consegnarsi alla morte. L’ambulatorio non aveva infatti funzioni curative, ma era un ulteriore strumento di morte dei nazisti: in esso venivano eliminati i prigionieri ritenuti superflui. Sono parole scolpite nel cuore di Sami, che lo hanno guidato nell’affrontare quel calvario della prigionia, sentita come interminabile, e sostenuto nei momenti in cui avrebbe potuto porre fine alla sua vita per sfuggire a quel destino crudele. Sono parole che risuonano ancora nel cuore e nella mente di tutti i ragazzi presenti al Teatro del Lido come monito a non ripetere quegli incomprensibili e disumani errori del passato e, nello stesso tempo, come incoraggiamento a non arrendersi di fronte alle difficoltà della vita.

Fin dalle prime parole della testimonianza resa da questo signore sottile, fine e distinto, sopravvissuto alle “fabbriche della morte” di Birkenau e Auschwitz, la sensazione provata è quella di essere la motivazione involontaria della sua voglia di continuare ad esistere per raccontare, proprio ai più giovani, pagine dolorose della storia, perché quanto accaduto non si ripeta.

Mai più” dice con forza Sami nella sala gremita, ma immersa in un silenzio rispettoso, carico di empatia e commozione. “Questi miei occhi hanno visto scene che non si possono immaginare, che non si possono dimenticare”, dice Sami ma, se è vero che“ogni giornata aveva la sua terribile storia a Birkenau”, questa storia lo obbliga a dar voce a tutte quelle persone innocenti, colpevoli di essere ebree, morte nelle camere a gas o che non hanno resistito né al duro lavoro né al gelo delle notti di Auschwitz.

Storia, il cui ricordo lo ha per consumato anni, “divorato dal di dentro” finché, grazie all’aiuto di sua moglie, superate la paure di rivivere, sia pure solo nella mente, quegli orrori, e di essere considerato un folle o un bugiardo, ha compreso di essere vissuto per raccontare come un giorno, dopo essersi svegliato la mattina come un bambino, si addormentò la notte come un ebreo. Un raccontare che lo ha cambiato, rinnovato, in questi ultimi anni della sua vita, nella speranza che le nuove generazioni non parlino più la lingua dell’odio.

E, animato da questo nobile scopo, instancabilmente Sami incontra da anni ragazzi delle scuole medie e superiori e compie insieme ad essi i Viaggi della memoria.

Viaggi in cui, tutte le volte che ad Auschwitz si avvicina al filo spinato, gli sembra di vedere la sorella dall’altra parte. Sorella amatissima dal padre e dallo stesso Sami, che non poteva capacitarsi di essere stati separati all’arrivo al campo. Dopo circa due mesi di prigionia, avendo scorto al di là del filo spinato un lager di sole donne ebree, Sami finalmente scorse una sagoma nella quale con difficoltà riconobbe la sorella: ne aveva un’immagine precisa, la ricordava come una ragazza bellissima con i vestiti colorati e i lunghi capelli. Immagine che aveva lasciato il posto alla triste realtà di una ragazza magrissima, con un pigiama a righe e rasata a zero. Eppure era lei! Era viva! I due fratelli si scambiarono gesti che simulavano un abbraccio e, quando potevano, s’incontravano la sera allo stesso posto, dietro il filo spinato. Una sera, preoccupato per la magrezza della sorella, Sami si presentò all’appuntamento con un fagottino in cui aveva nascosto un po’ di pane, che le lanciò oltre il filo spinato. Lei lo raccolse e, non appena vide che si trattava della sua razione di pane, fece il gesto di abbracciarlo; poi tirò fuori anche lei dal pigiama a righe un pezzo di pane, lo avvolse nel panno insieme al suo e lo rilanciò. Aveva avuto la sua stessa idea. Voleva continuare ad essergli sorella e madre, quella madre venuta loro a mancare due anni prima della deportazione. L’unica della famiglia a riposare in una tomba. Fu una delle ultime volte che vide la sorella. Dopo tanti anni, quando fu pronto ad accogliere la notizia, Sami seppe che, poco prima del papà, anche lei si era recata spontaneamente all’ambulatorio.

Mentre Sami parla, non riesce a trattenere le lacrime  e compie il gesto di abbracciarla. Di fronte a questo gesto così amorevole e dignitosissimo nella sua dolorosa verità, vorremmo tutti correre verso di lui e stringerlo nel nostro abbraccio. “Tieni duro Sami”.

Nell’inferno di Auschwitz il bambino ebreo si è addormentato solo.  Nel mondo del Dio in cui credi l’uomo si è svegliato con noi e per noi. Per questo hai vissuto: per parlarci del senso della vita.

“Tieni duro Sami”. Grazie Sami.

Prof.ssa Cicero

 

I ragazzi della 5D cat con Sami Modiano